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NEWS NATURISMO

18/06/2006

LA POLIZIA CONTINUA IN ABUSI DI POTERE.

LA POLIZIA CONTINUA A PERPETRARE ABUSO DI POTERE E LIMITAZIONE DELLA LIBERTA’ PERSONALE. E parliamo dell’Italia, non del Sud America. Ma solo con chi è “scomodo” ovviamente. Ieri Piero Ricca ha fatto qualche domanda a Andreotti. Dopo ha dovuto darsi alla fuga, ma è stato preso e portato in commissariato. Ecco il suo racconto:

"Nel primo pomeriggio di ieri, nell’aula magna dell’Università Bicocca, a

Milano, ho rivolto qualche domanda al senatore a vita Giulio Andreotti, sul

tema di quella sua strana assoluzione per prescrizione del reato di

associazione a delinquere, ritenuto dai giudici “concretamente ravvisabile”

almeno fino al 1980. Per aver osato tanto, sono stato identificato e minacciato

da agenti di polizia, e trattenuto in commissariato per quasi due ore. E m’è

andata ancora bene.

Nell’aula magna della Bicocca alcuni cronisti stavano intervistando il nostro

dipendente a vita su altri temi: il calcio, Moggi, la Nazionale, “la caduta

della moralità pubblica come si evince dalle recenti intercettazioni”, il

rapporto fra aspiranti attrici e uomini di potere e via leccando. Andreotti era

comodamente seduto, rilassato. Ogni tanto faceva una battuta e i cronisti

ridevano di gusto. I docenti della Bicocca, intorno, componevano una festosa

corona.

A un certo punto mi sono inserito, ho consegnato ad Andreotti un foglio con

l’estratto della sentenza della corte d’appello di Palermo, poi confermata

dalla Cassazione e con il tono più pacato possibile gli ho chiesto di

commentarlo. Ne è nato un dialogo, che ho videoripreso a meno di un metro di

distanza, di tre o quattro minuti. L’ho interpellato sulle responsabilità a lui

addebitate dalla giustizia italiana, gli ho chiesto se ritenesse una cosa

normale la presenza in Parlamento in qualità di senatore a vita di un

personaggio così descritto da una sentenza definitiva, gli ho fatto presente

che nei giudizi di molte testate internazionali il “caso Andreotti” era

considerato uno scandalo, e così via intervistando. Lui ha risposto invitandomi

a leggere per intero la sentenza, visto che “dagli estratti si capisce poco”,

ha affermato che la prescrizione nasce solo dal dubbio della corte su un

singolo incontro (per lui mai avvenuto) con il mafioso Bontade (”un certo

Bontade”), ha aggiunto che all’estero incontra solo rispetto e solidarietà. E

così via, minimizzando e svicolando, con quei tipici occhi a fessura.

Già mentre gli rivolgevo le domande alcuni agenti in borghese della sua guardia

personale mi premevano e tiravano da dietro. Al che mi sono ribellato subito ad

alta voce. Ho chiesto ad Andreotti se fosse ancora possibile in questo Paese

fare domande ai politici e lui mi ha risposto che nessuno me lo stava

impedendo, che fare domande era un diritto “e anche dare le risposte”, poi ha

aggiunto: “Ma se lei è qui per fare un numero, allora…”. Le sue guardie intanto

mi piantonavano e tenevano da dietro. Ma il principale non s’è accorto di

nulla. A intervista finita i gendarmi, agenti della polizia di Stato, hanno cercato di portarmi via tirandomi con forza. Ho protestato a voce alta in mezzo alla sala, mentre iniziava la conferenza. I gendarmi sono spariti. Nessuno dei presenti ha fiatato. Sono rimasto altri venti minuti in aula magna, seduto tranquillamente, continuando a videoriprendere. Poi sono uscito per andarmene via, da solo, e sono stato trattato come un delinquente.

Una guardia privata della Bicocca ha cominciato a inveire in modo minaccioso,

urlandomi addosso come un pazzo e cacciandomi a forza da una porta laterale, le

guardie personali di Andreotti mi hanno trattenuto, strattonandomi e

minacciandomi di sequestrami la videocamera e ordinandomi di mostrare i

documenti. Il tono era concitato, nevrotico, da pessimo telefilm americano. Era

evidente il tentativo di intimidire. Mentre il guardiano privato continuava a

inveire e a minacciarmi, mi sono divincolato e me ne sono andato via. I

poliziotti e la guardia privata mi hanno inseguito, mi hanno immobilizzato in

un luogo dove non passava nessuno e a nulla sono valse le mie buone ragioni,

del tipo: “Io non ho fatto nulla di male, ho semplicemente rivolto delle

domande a un politico, riprendere eventi e personaggi pubblici è consentito, se

commettete abusi vi denuncerò”.

Gli agenti continuavano a ripetermi: “Tu non puoi comportarti così con il

senatore, le tue domande non c’entravano nulla, tu non puoi riprendere senza

permesso e hai ripreso anche noi, e poi ti conosciamo già, eri tu a Roma

davanti al Senato, tu ora ci dai tutto il materiale e poi ti portiamo in

commissariato”. Mentre dicevano questo, uno mi teneva fermo contro un muro e

l’altro mi tratteneva lo zaino con la videocamera e un registratore audio.

Ho obiettato: “Lasciamo decidere a un giudice chi ha ragione, voi state

commettendo un abuso e comunque esigo di conoscere i vostri nomi”.

Un agente ha risposto: “La legge sono io ora, il giudice sono io”. Poi, rivolto

al collega ha aggiunto: “Ora gli prendiamo le impronte digitali, così l’amico

inizia ad abbassare la cresta”. I danni dei telefilm americani sono

incalcolabili.

Poi sono stato portato in auto da altri agenti di polizia al commissariato di

Greco, dove sono stato trattenuto per oltre un’ora e mezza. Lo zaino lo hanno

preso in consegna loro. Per puro caso, gravissimo reato, non avevo con me la

carta d’identità (mentre ho mostrato un tesserino identificativo di tipo

elettorale che, sempre per caso, avevo con me) e abbiamo dovuto attendere che

fosse trasmesso un fax da Parma con la fotocopia del mio documento. La qual

cosa ha evitato la ventilata pratica della fotosegnalazione con impronte

digitali in Questura: che certo sarebbe stata un’esperienza divertente per uno

dei cittadini più identificati di Milano.

Per tutto il tempo mi è stato impedito di telefonare al mio legale e di

effettuare o ricevere qualsiasi altra chiamata, come chiedevo di poter fare.

“Il cellulare lo deve tenere spento”.

Ho notato che gli agenti di Greco si consultavano con altre persone al

telefono, compresi gli agenti di guardia ad Andreotti, per decidere se

sequestrami il materiale o meno. A margine delle complesse trattative ho fatto

presente di essere ben noto negli ambienti della Questura e altrove per le mie

attività di cittadino impegnato in politica, citando nomi e fatti, compresi

esposti e interrogazioni parlamentari contro la polizia di Milano.

Alla fine sono stato rilasciato, con videocamera e tutto il resto. Gli agenti

hanno redatto un verbale “per uso interno”, che non mi hanno fatto leggere.

Ecco tutto. Sono stato trattato in questo modo perché, nel silenzio della gran

parte degli operatori dell’informazione, ho rivolto due o tre domande a un

senatore a vita giudicato dalla giustizia del mio Paese un colluso con la

mafia, salvatosi da una condanna per intervenuta prescrizione del reato. Io,

che non ho mai preso una multa in vita mia.

Coerentemente, al tg3 regionale della sera, le mie domande - di pura supplenza

giornalistica - sono state definite come l’intervento di un “contestatore”. E

il Corriere della Sera odierno, in un riquadrino, riporta la notizia del mio

trasferimento coatto in commissariato, “a seguito di una discussione con

Andreotti”. Nell’occhiello la “discussione” diventa 'lite' ".

Se ci fossero ancora dei giornalisti veri ...  queste domande non le dovrebbe

fare un normale cittadino!!

Fabio di AssoNatura.