SALVIAMO IL 'MOSTRO'!
Da trentacinque anni il manifesto rappresenta un caso unico nel panorama
editoriale italiano e non solo.Nessun padrone se non la cooperativa dei
lavoratori che lo mettono ogni giorno in edicola, stipendi (bassi) uguali per
tutti, un giornalismo politico indipendente e autogestito specchio delle
trasformazioni che hanno segnato questi anni. Un bene comune, un vero e proprio
«mostro» - nel senso letterale del termine - che ha l'ambizione di stare sul
mercato violandone le leggi, un luogo aperto della sinistra. Anche la porta
d'ingresso è sempre spalancata e chiunque può entrare, persino gli
indesiderati, come è accaduto qualche anno fa. In questi trentacinque anni
abbiamo vissuto pericolosamente (e spericolatamente): centinaia di migliaia di
persone lo sanno bene, quelli che ci hanno letto, lavorato e chi ci ha usato
per le proprie passioni. Le crisi finanziarie hanno scandito la nostra
esistenza: le abbiamo sempre superate con il nostro lavoro e con l'aiuto del
«nostro mondo». Ora siamo al punto che trentacinque anni possono precipitare in
un pomeriggio d'estate. Perché la libertà costa, soprattutto a chi la pratica,
e arriva il momento che quei costi si materializzano in scadenze non più
rinviabili. Per evitare il precipizio abbiamo bisogno di aiuto, perché questa
crisi è più grave delle altre emette a repentaglio la stessa esistenza del
giornale. Non è un grido d'allarme, è una semplice notizia: nelle pagine
interne ne illustriamo i termini. Perciò da oggi inizia un referendum sul
futuro di questo giornale: le schede elettorali stanno nel portafoglio di tante
e tanti. Perché questa è una crisi che non riguarda solo noi. Coinvolge i
nostri lettori più affezionati, ma anche chi ci ha comprato una volta sola
nella sua vita. Chiama in ballo tutta la sinistra (nell'accezione più ampia del
termine, dai partiti ai sindacati all'associazionismo) ma anche il mondo
dell'informazione cui questo giornale qualcosa ha pur dato (e continuerà a
dare). Sono tutti questi i nostri «padroni», tutti quelli che - magari
guardandoci da lontano - pensano che la democrazia abbia bisogno di un
«mostruoso» antidoto contro i rischi di omologazione del pensiero. Saremo
presuntuosi, ma crediamo che la nostra voce sia essenziale, che il nostro essere
uno strumento di lavoro per la critica dell'esistente sia una cambiale che non
dobbiamo pagare da soli. E che, perciò, la nostra sorte non riguardi solo chi
lavora in via Tomacelli o chi continua a stare «dalla parte del torto», ma
anche chi la pensa in modo opposto. Per questo la nostra crisi la mettiamo in
piazza, per questo faremo «l'appello» dei sottoscrittori e ne racconteremo gli
esiti. Da oggi entriamo in una fase di mobilitazione generale. Siamo convinti
di farcela. Noi ci metteremo tutto il nostro lavoro di sempre e le nostre
aperture al mondo. Ma abbiamo bisogno di tutti voi. Diteci se voi avete bisogno
di noi. O se - come ha detto quel genio del Savoia - siamo solo una pessima
carta e un terribile inchiostro. Mariuccia Ciotta